sabato 6 agosto 2011

IL CICLISMO CONDIVISO



Non basta una vita intera per fare un giro completo di una capocchia di spillo, figurarsi poi se bastano solo sei anni trascorsi ad occupare ogni attimo utile della giornata col fondoschiena in sella. Di cose se ne imparano molte, ma non sono mai abbastanza ed è fondamentale non sentirsi mai la pancia e soprattutto la mente piena. In questo ultimo periodo sto realizzando quanto possa essere ampio il significato del tutto riduttivo che il turismo e i neologismi in genere stanno affibbiando al discorso del "bike sharing". Generalmente si identifica con tale dicitura il servizio offerto da molte città "sedicenti" civili, di parco bici a gettoni, per andare al lavoro, per un economia sostenibile e soprattutto per sfruttare piste ciclabili costruite evidentemente da gente che ha molta fretta di andare in auto da un luogo all'altro e non vuol premurarsi di risparmiare la vita a chi pedala accanto ad una striscia bianca. Ghettizzare i ciclisti pare sia un'abitudine di chi pensa che al mondo non ci sia posto per tutti eppure vedo bellissime distese erbose ormai ricoperte di un esercito di pannelli fotovoltaici che pure il compianto Burri farebbe fatica a definire artistici.



In una realtà decisamente collinare come la nostra le piste cicliabili sono utili quanto un crostino al caviale dopo una marathon, sono chic, utili per invogliare un certo tipo di turismo, ma non possono arrivare al cuore del nostro territorio, possono accarezzarlo, ma non penetrarlo. E allora, se decido di divorziare dal concetto di sharing ciclistico comunemente inteso, voglio cucirgli addosso un vestito plasmato da esperienze personali. La cultura va veicolata, non si può posare su un tavolo e pretendere che la gente si serva da sè. Altrimenti non costringeremmo i nostri figli ad andare a scuola. Perchè se di condivisione parliamo, è importante distanziarsi dalla tangibilità delle cose e aprire gli occhi e le orecchie. Si può pedalare per il semplice gusto di far fatica e sudare. Ma il sudore ha sempre lo stesso sapore, quello della fatica. Mentre la gente che incontri, se è generosa, può farti parte del proprio mondo, il mutare delle stagioni e del territorio, ogni anno diverso, sono una storia con un epilogo mai scontato. Questo è il vero bike sharing, pedalare ad occhi aperti. Ieri grazie ad un amico ho imparato qualcosa di più, molto di più visto che ero totalmente ignorante in materia, riguardo all'astronomia. Anni fa grazie al buon vecchio Mauro...e mi perdonerà per il vecchio, ho iniziato ad apprezzare la varietà con cui la natura colora il palcoscenico del ciclista. Grazie a Tony, amante del basket ho avuto cuore di sorbirmi mezza partita per capire che proprio non lo digerisco sto cesto da riempire. Poi col Peru tra areoplanini, moto, canoa, pollice-verde (poco verde e molto pollice), di nuovi orizzonti se ne son visti. E con Carlo che mentre sali per Castelrigone ti racconta di immense mandrie di mazzancolle sbranate a bordo di una barca a Lampedusa, quando in tasca hai giusto una fetta biscottata e casa tua vorresti che si materializzasse lì al momento con tua madre che ti accoglie prima con un piatto di patate al forno e poi con un ciao. Le idee più brillanti nascono in sella ad una bicicletta, scommetto che il cruccio della relatività ad Einstein sia venuto mentre pedalava sopra una Graziella.
Un paio di settimane fa, una eclettica collaboratrice di Bike In Umbria addetta all'ufficio del turismo di Assisi, protagonista di un originale progetto, quello di tornare a pedalare con serietà e continuità documentando il tutto nel portale internet, mi ha chiesto di accompagnarla per qualche chilometro in Altotevere. Myriam si è presentata forte di due doti fondamentali: la curiosità e la totale assenza di quella brutta caratteristica che in psicologia viene detta profezia autodeterminantesi. Così per un paio d'ore ho potuto prestarle i miei occhi, parlarle a sfinimento mentre lei si godeva la salita che porta a Citerna e da lassù godersi un panorama che per noi è usuale quanto il tg della sera, ma per chi lo scruta la prima volta è un dipinto dalle tonalità del tutto sconosciute. Dal dare si passa in un attimo al ricevere...critiche giuste su come trattiamo gli argini del Tevere, come l'asfalto sia peggio dell'ultimo girone infernale. E di nuovo proposte, osservazioni e idee condivise, su cosa si drovrebbe, potrebbe fare e nessun vuol sforzarsi di mettere in pratica. E il discorso torna sempre là. Il mondo non è abbastanza grande per tutti, così ognuno si ostina a tener stretto a sè il suo brandello di realtà senza collegarlo a tutti gli altri brandelli, per timore che passandoci sopra se ne rubino un pezzo con le suole delle scarpe e ti rendano un granello di universo meno ricco. Un filo invisibile dovrebbe collegarci tutti, sarebbe utile impegnarsi nel trovarlo, piuttosto che sforzarsi nel trovare il miglior modo per tranciarlo!

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